Parte forse un po’ in sordina, questo romanzo di Joanne Harris, ma si riscatta pienamente strada facendo. La caratteristica particolare della storia è che viene raccontata da un punto di vista piuttosto diverso da quello usuale, si potrebbe quasi dire che il narratore sia il vino.
“Il vino parla. Lo sanno tutti. Guardati in giro. Chiedilo all’indovina all’angolo della strada, all’ospite che non è stato invitato alla festa di nozze, allo scemo del villaggio. Parla. è ventriloquo.
Ha un milione di voci. Scioglie la lingua, svela i segreti che non avresti mai voluto raccontare, segreti che non sapevi nemmeno di conoscere. Prendi me, per esempio. Fleurie 1962.
Ultima sopravvissuta di una cassa da dodici, imbottigliata e messa in cantina l’anno in cui nacque Jay…”
Oltre a questa idea originale la storia è splendida, una storia alla Joanne Harris, con il giusto equilibrio fra le
esperienze di vita e la magia del quotidiano. L’alchimia dei profani.
Jay è un personaggio malinconico, ma l’autrice ha saputo renderlo dolcemente amaro, raccontando il suo rapporto con Joe. Questo è proprio il centro della storia e secondo me resta qualcosa di speciale e indimenticabile, quel tocco in più che rende il romanzo davvero bello. Anche la storia d’amore non è smielata, nè stucchevole.
Poi l’ambientazione è spettacolare…Lansquenet sa di zucchero, mele, marmellata di more e fumo. C’è qualcosa di tremendamente romantico…qualcosa che mi fa pensare che questo romanzo forse meriti più di un semplice bello.